CREATIVITY

Riccardo Rachello, un banner e quella notte che gli ha cambiato la vita


18.10.2018
Di Andrea Crocioni
Riccardo Rachello

Con questa seconda puntata della nostra mini inchiesta dedicata ai talenti italiani all’estero ci ‘spostiamo’ in Olanda per raccogliere la storia dell’art director di Wieden+Kennedy Amsterdam, che vive nei Paesi Bassi da quasi otto anni

Da quanto tempo lavora in Olanda? Come ci è arrivato?

Lavoro e vivo in Olanda da ormai quasi otto anni. Appartamenti ne ho cambiati una decina, agenzie nessuna. Era metà l’aprile del 2011 e io vivevo a Milano. Nonostante avessi già qualche anno di esperienza come designer e developer freelance, avevo cominciato da poco la mia vita d’agenzia, al fianco di un caro amico e mentore, Tommaso Mezzavilla. Venendo dal design, ero alieno al mondo della pubblicità. Una sera, mentre cerco di capirne di più, capito sul sito di W+K. Ricordo che a fondo pagina lampeggiava un banner che diceva ‘Kennedys – Apply Now’. Clicco. Probabilmente l’unico banner con cui abbia mai interagito. Scopro che ‘The Kennedys’ è un acceleratore per giovani creativi promosso da W+K Amsterdam, una sorta di scuola/stage/agenzia dentro l’agenzia. ‘Cut to’ una sequenza alla Snatch, se non fosse che qui non si tratta di ellissi ma la reale velocità con cui si sono svolti fatti. Realizzo che il bando chiude lo stesso giorno. Chiedono un portfolio e un progetto ad hoc. Sono fregato. Me ne frego. Spendo la notte a fare un portfolio e mando un interactive youtube video su cui stavamo lavorando. Arriva mattina e premo Send. Penso di aver sprecato una nottata. Arriva il primo giugno – un mese dopo – e io sono in volo per Amsterdam, dopo aver mollato lavoro, casa e amici.

 

Il primo impatto?

Venendo dall’Italia, mi ci è voluto un po’ per cominciare a sentirmi un po’ meno idiota. Il primo handicap è la lingua. Nonostante in W+K si parli inglese, di punto in bianco ti trovi con il vocabolario di un ragazzino di sei anni. E io che pensavo di avere un buon inglese. Ricordo la frustrazione delle sessioni di brainstorming dei primi mesi: non c’è niente di peggio di non riuscire a spiegare la propria opinione o non capire quella di chi ti sta parlando.

 

Qual è stata la sfida più complessa da affrontare nella sua esperienza all’estero?

La seconda zavorra è la mancanza di reference culturali dei Paesi anglofoni e perciò globali. È sorprendente – e triste – scoprire quanta cultura pop non raggiunga lo stivale, e parlo del comico X piuttosto che della serie Y o del festival o del movimento o del politico etc. Penso che se banalmente ci abituassimo a consumare informazione e intrattenimento che non fosse perlopiù italiano e in italiano – come fanno molti altri Paesi – , tutti ne trarremmo beneficio, sia come creativi che come esseri umani. La pubblicità, quando fatta bene, crea cultura. In ogni caso, se ne nutre. Se non ci si trova al centro dello zeitgeist, penso che sia impossibile creare un pensiero che ragioni con la massa.

 

Cosa del suo essere italiano ritiene la abbia aiutato di più in questa avventura?

In un certo senso, la parola chiave della mia esperienza all’estero è ingenuità. Un po’ fardello, un po’ vantaggio che ti mette in posizione di pensare in maniera diversa. In W+K uno dei motti che vedi sui muri è ‘Walk in stupid every day’. Amore a prima vista.

 

Com’è l’Italia creativa vista da lì?

Il fatto che l’Italia creativa sia un’industria perlopiù rivolta al mercato italiano non aiuta a darle la visibilità che meriterebbe, ma di talenti ne vedo ogni anno, anche solo sbirciando le entries dei Kennedys. In W+K Amst siamo in 3 ad oggi. Pochi, ma ci difendiamo abbastanza bene.