CREATIVITY

Purpose e Trust: gli ingredienti segreti per creare un grande brand per Unilever


21.06.2018
Keith Weed

di Eugenia Morato


Da Steve Jobs a Richard Branson, qual è la formula segreta che accomuna i fondatori delle più grandi aziende? Keith Weed, chief marketing and communication officer di Unilever, lo racconta sul palco del Cannes Lions International Festival of Creativity con un seminario dal titolo “Founders’ Formula: Pioneering for Purposeful Growth” insieme a 3 founders d’eccezione.

Ospiti del panel, oltre a Jane Wurwand di Dermatologica e Richielieu Dennis di Sundial Brands, c’è anche il creatore di GROM, Guido Martinetti. Keith Weed ha esordito ricordando le origini di Unilever quando, negli anni 90 del 1800, William Hesket Lever aveva iniziato a rendere il mondo un posto migliore con il suo sapone, scrivendo le sue idee su esso ed esportandolo poi in tutto il continente. Weed spiega come solo un business che abbia un intento forte, chiaro e definito possa avere successo nel cuore delle persone.

“Noi di Unilever sappiamo che la nostra responsabilità si estende lungo tutta la catena del valore, incluso l’ecosistema digitale – dice -. Prendersi la responsabilità piena delle proprie azioni, operare nella più totale trasparenza e costruire la fiducia sono alcuni degli elementi più strategici per un business oggi”.

Wurwand, cosmetologa professionista che, dalla sua grande passione per tutto ciò che riguarda la pelle, ha dato vita insieme al marito a un impero come Dermatologica.

“Fare cosmetici per noi non vuole dire creare prototipi di creme, vuole dire educare le persone alla cultura del prendersi cura della propria pelle – dice -. Devi amare davvero quello che fai. È tutta una questione di tocco umano, letteralmente. Il futuro del retail non è più tanto una questione di brand experience. È una questione di connessione empatica con gli altri esseri umani”.

Le fa eco Dennis che, nella cucina della madre, ha dato vita a Sundial Brands con l’intendo di dare un’opportunità economica alla donne di colore: “Se siamo qui è perché siamo partiti cercando una nicchia, uno stato di autentico bisogno ancora non manifesto, e perché abbiamo sempre creduto nell’importanza di essere la soluzione a un reale problema offrendo un’opportunità economica”.

“Tutto ha cominciato a prendere forma quando ho iniziato a lavorare in un’azienda di vini in Europa, lavavo i pavimenti – racconta Martinetti – ma ho iniziato a capire il concetto del terroir e mi sono detto: ‘Perché non posso applicare al gelato la filosofia della produzione del vino, coltivando i migliori ingredienti con l’obiettivo di fare il gelato migliore del mondo?’ Allora sono tornato a Torino, non avevo soldi e ho aperto una piccola gelateria. E quando vendevo il gelato non ero più un venditore, ero piuttosto un agricoltore del quale le persone hanno iniziato a fidarsi. E alla fine anche gli agricoltori da cui acquistavo gli ingredienti hanno creduto nel mio approccio. Se dimentichi i tuoi sogni e i tuoi obiettivi perdi la tua anima e il cliente si accorge che manca qualcosa”.

Conclude il panel la riflessione di Weed su come la fiducia nel brand si sia spostata dall’essere una problematica industriale all’essere una questione sociale. La fiducia arriva a piedi, ma se ne va a cavallo.

 

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