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Social tv, fenomeno da monetizzare


30.10.2014

‘Social tv’ è il tema a cui è dedicato il quarto rapporto di Focus in Media, l’osservatorio sulla comunicazione e i media della Fondazione per la Sussidiarietà, che si avvale del contributo di Sky Italia.

 

In attesa della pubblicazione completa a gennaio, ieri all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano Fausto Colombo del Dipartimento di Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo ha anticipato alcuni dei punti centrali del rapporto, spunto poi per una tavola rotonda con alcuni player del mercato. “La social tv – ha commentato Colombo – è un fenomeno soprattutto tecnologico. Senza i device non esisterebbe. Si pone comunque il problema da parte dei broadcaster di come monetizzare i ‘discorsi’ online relativi ai programmi televisivi. Se fino a questo momento i broadcaster dovevano infatti preoccuparsi di come trattenere gli spettatori davanti a uno schermo, ora il punto centrale è valorizzarne la performance”.

Secondo Aldo Grasso, professore di Storia della Radio e della Televisione all’Università Cattolica del Sacro Cuore, la social tv ci pone davanti a una grandissima rivoluzione “che però pone le sue premesse sull’anonimato, e questa è una caratteristica di cui dobbiamo tenere conto”. Sempre secondo Grasso, non esiste un linguaggio comune sui social media, ma quando si ‘chiacchiera’ di tv ci sono solitamente due modi per farlo: “il sarcasmo, in cui l’élite che twitta si ritiene più intelligente del programma stesso, o l’ingenuità da parte dei fan dello spettacolo”.

Il concetto di ‘rivoluzione’ dell’entertainment televisivo trova d’accordo Yves Confalonieri, direttore R.T.I. Interactive Media, Mediaset: “Non riguarda ovviamente solo il fenomeno social – sottolinea – ma tutto il concetto di distribuzione televisiva è cambiato, prima con più canali e più contenuti e ora con più piattaforme. Ma il contenuto è sempre l’aspetto fondamentale. Di televisione si è sempre ‘chiacchierato’, ma qui ci troviamo a lavorare su piattaforme che a volte non possiamo governare. Per questo è importante collaborare, soprattutto perché la ‘social tv’ è un mondo ancora non ben delineato”.

Sul concetto di ‘chiacchiera’, Salvatore Ippolito, country manager di Twitter Italia, dà un’altra definizione: “Twitter è un fattore abilitante la conversazione. I numeri parlano chiaro: l’80% degli utenti usa Twitter da mobile, e il 66% di questi lo fa davanti a uno schermo tv. E ci sono dati altamente significativi per gli inserzionisti: il tasso di abbandono durante i break pubblicitari è normalmente intorno al 17%, tra i telespettatori che twittano scende all’8%. Non solo: l’ultima edizione degli Oscar ha ‘prodotto’ 19 milioni di tweet, la finale dei Mondiali 35,6 milioni: in pochi mesi i numeri crescono in modo impressionante. Possiamo affermare che una conversazione su Twitter può arrivare a incrementare l’audience di uno show, ma non solo: l’intenzione di acquisito di un prodotto pubblicizzato durante una trasmissione è solitamente pari al 16%, ma sale al 30% per chi vede contemporaneamente l’annuncio su Twitter”. A questo proposito, Ippolito anticipa che a breve saranno pubblicati i dati relativi a una ricerca quali-quantitativa cross europea su Tv e Twitter.

Sara Ranzini, corporate communications Facebook Italy conferma che i dati relativi allo spettatore moderno, “che non è passivo ma interagisce, sono molto utili per i broadcaster se correttamente interpretati: misurazione e segmentazione sono i temi su cui bisogna concentrarsi, perché con Facebook abbiamo la possibilità di sapere chi è la persona che ci segue, avere una ricchezza di dati qualitativi che prima non era possibile avere”. Insomma, la social tv è una miniera d’oro da sfruttare per attirare nuovi inserzionisti?

Su questo Confalonieri manifesta le sue perplessità: “Twitter e Facebook possono avere appeal su un certo tipo di programmi, ma stiamo attenti a non rovinare un mercato che è già in difficoltà. I dati sulla social tv possono essere elementi aggiuntivi interessanti, ma non sono ancora incompleti: la televisione ha un pubblico molto vasto, non è solo quello che digita, e non dimentichiamoci che nel mercato pubblicitario la tv resta il mezzo con i maggiori ricavi”.

 

Laura Buraschi