DIGITAL

Al via InternetDays, limiti e speranze dell’Italia digitale


02.10.2013

L’ideatore del format: “Volevamo un progetto indipendente per accogliere una pluralità di voci”. Per comunicare la due giorni sono stati investiti più di 50 mila euro e coinvolti 47 sponsor

 

Oggi al Mico di Milano avviene il fatidico taglio del nastro della kermesse che, sin dal suo concepimento, aveva annunciato che avrebbe parlato di internet in tutte le sue forme, “promessa costata a DigitalEvents cinque mesi di lavoro ma portata fino in fondo”, spiega Roberto Silva Coronel, artefice del format nonché ceo di Marketing Multimedia.

Da vent’anni macchina organizzativa di importanti realtà (recente la collaborazione con l’E-commerce Forum e la Games Week), l’azienda ha deciso di investire per la prima volta su un progetto indipendente “proprio per accogliere una pluralità di voci”.
La capacità di mantenere uno sguardo orizzontale sulle tante declinazioni della web economy è ciò che differenzia l’InternetDays, in scena anche domani nell’ambito della Settimana della Comunicazione (è possibile seguire in streaming le due plenarie sul sito del TgCom24). “Sentivamo l’esigenza di abbracciare più ambiti, parlare di business ma anche del rapporto tra i cittadini e la Rete, aiutando l’Italia a utilizzarla come opportunità strategica”, prosegue.

Punto di partenza è il ritardo nostrano. “La verità è che esistono ancora aziende che vantano di non mettere mano al proprio sito da anni – incalza Silva -, mentre una ricerca su Pubblica amministrazione e digital divide dimostra come questo pesi sulle casse dello Stato per circa 1 miliardo al mese, un paradosso se si pensa che cablare tutta la Penisola costerebbe meno di un’autostrada. Ma la razionalità con cui ho recentemente sentito parlare Francesco Caio, coordinatore per l’Agenda Digitale, a ben sperare che cambi presto qualcosa nei Palazzi di Roma”.

L’impegno di DigitalEvents, tradotto in più di 50 mila euro solo per quel che riguarda il budget in comunicazione, ha incuriosito il pubblico, complice l’ingresso gratuito che strizza l’occhio a universitari e giovani startupper, e convinto 47 sponsor, “un bel numero se si pensa che siamo alla prima edizione”. I buoni risultati non sono stati, però, privi di sforzi: “Non nascondo che abbiamo affrontato dei costi non indifferenti. Per il futuro il nostro modello di business punterà sulla sostenibilità”.Il pensiero vola, quindi, al 2014. “Abbiamo già prenotato gli spazi fieristici. Ci auguriamo per l’anno prossimo di coinvolgere ancora più attori e speriamo anche un’istituzione come lo Iab. In fondo vogliamo le stesse cose: far aprire gli occhi al sistema Paese”.

Paola Maruzzi