Parliamo della campagna “La poesia è nei fatti”: perché la poesia è nei fatti di Nichi
Vendola?
L’azione di governo arricchita di elementi legati alla visione del futuro e agli orientamenti ideali che ispirano l’azione quotidiana, viene considerata - in questi tempi malati di cinismo, affarismo, analfabetismo - come la propensione a fare poesia. L’ignoranza
diffusa ha orrore della poesia perché è qualcosa che forse sollecita sensi di colpa in coloro che non frequentano più le biblioteche e pensano invece che la politica sia il luogo degli scambi indicibili. Per anni sono stato quasi denigrato in virtù del fatto di
scrivere e pubblicare poesie, utilizzando un vocabolario che non era esattamente quello del frigido, livido e rinsecchito talk show. L’ho rivendicato come elemento dinamico e di connessione sentimentale con il popolo, che ama la poesia e l’idea che possa esistere il racconto del dolore del presente parallelamente al germoglio di una speranza futura. L’idea della visione aiuta a rendere più sereno il cammino.
Ho sempre pensato che bisognasse studiare gli avversari, provando a capovolgere in una ‘bandiera’ ciò che veniva costruito sotto forma di denigrazione morale. Nella prima campagna elettorale del 2005, infatti, i miei manifesti avevano rispettivamente come titolo e spiegazione ‘Diverso’ – ‘Diverso da tutti quelli che hanno governato la Puglia’; ‘Estremista’- ‘Nell’amore per la Puglia’; ‘Sovversivo’- ‘Perché ho sempre messo gli ultimi al primo posto’; ‘Pericoloso’ – ‘Come tutte le persone oneste’. Le ‘parole d’ordine’ dell’attacco nei miei confronti, che costituivano la ricerca dello stigma negativo, sono state private di significato.
Quest’anno la parola poesia era sicuramente un tormentone, così ho pensato ad una campagna elettorale in mini filastrocche in rima baciata, che è uno strumento di apprendimento culturale per i bambini. Risultato: la politica è diventata anche un gioco che comunicava con i bambini, che costituiscono la parte più delicata e importante
della società, anche se non sono ancora elettori.
La campagna elettorale è divenuta una gigantesca e gioiosa comunicazione sociale.
Web e social network…Ha dichiarato di dedicare almeno 30 minuti al giorno a facebook e al suo sito nichivendola.it. Quanto contano tali strumenti nella comunicazione politica?
Imparare a camminare nella Rete significa imparare a scoprire la complessità della nozione attuale di territorio. Siamo stati educati ad una fisicità del territorio prevalentemente stanziale, ma dobbiamo imparare che oggi il territorio è il mappamondo e che siamo tutti immersi in una condizione di nomadismo obbligatorio. L’obiettivo è essere felicemente vagabondi dentro la comunicazione plurima della
Rete, senza mai viverla come un’alienazione della realtà, ma balzando dalla Rete alla piazza, dalla comunicazione informatica alla comunicazione verbale.
La campagna elettorale si è moltiplicata, ogni ‘Fabbrica di Nichi’ ed ogni rapporto di un individuo sia con il sito nichivendola.it sia con la Rete sono stati pezzettini inediti della sua costruzione. Ho visto degli spot inventati ‘dal basso’ che erano meravigliosi, poetici, coinvolgenti. Quindi non si tratta della tradizionale pubblicità ma di una vera e propria
campagna sociale, intesa come riappropriazione del linguaggio e del gusto di comunicare.
Perché la politica è ancora poco incline all’utilizzo della Rete? Credo che la politica si avvicini alla Rete, ma in maniera un po’ furbesca, pensando che la difficoltà sia legata alla tecnologia o al marketing. Il problema è non è il medium, ma il messaggio: se non ci sono messaggi da comunicare, ogni approccio all’online è fallimentare, indipendentemente dalla presenza nel web e nei social network. Se hai una buona novella, invece, la politica è una profezia laica.
Quali sono i punti di forza della comunicazione politica di Nichi Vendola? La Rete, la
poesia, le persone, i fatti…
Il mio corpo è utilizzato per testimoniare la verità. La gente percepisce a livello pre-razionale, pre-politico, quasi epidermico, l’assenza della menzogna nelle mie parole e anche il fatto che abbia messo completamente in gioco il mio corpo in politica. Da ciò scaturisce un vero e proprio feeling, così quando qualcuno mi definisce ‘fenomeno di populismo’, in parte dice la verità e in parte denuncia la propria incapacità di comprendere. Esiste un codice populista, dato che mi rivolgo al popolo e spesso non ricorro alla mediazione dei partiti, ma nella storia del ‘900 populismo significa dire al popolo ciò che - nella sua versione più belluina - ama sentirsi dire: “I nemici veri sono gli
zingari”, “Bella, la piccola patria”, “E’ preferibile che le donne si occupino di faccende domestiche”, ecc. Ritengo di essere un ‘populista antipopulista’: informo il popolo che lo zingaro ci salverà e che la democrazia mutilata della voce delle donne è una forma
di totalitarismo di genere. Lo invito a spegnere la tv e accendere il cervello.
Deborah Baldasarre