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26/02/2009
Risky Business, la reputazione delle aziende è più vulnerabile online
Weber Shandwick ha realizzato una ricerca, in collaborazione con The Economist Intelligence Unit, per capire quanto sia adeguata da parte del management la percezione dei rischi che corre online la reputazione di un’azienda. (A. Cu.)
“Sulla rete, ormai, non ci sono più segreti, è facile ottenere qualsiasi informazione e il web ha una memoria di elefante, ogni traccia rimane nel tempo, ma il senior management ancora non sembra essersene accorto pienamente”. Leslie Gaines-Ross, Chief Reputation Strategist di Weber Shandwick, spiega così le ragioni che hanno spinto l’agenzia a sviluppare una ricerca in collaborazione con The Economist Intelligence Unit per capire quanto sia adeguata da parte del management la percezione dei rischi che corre online la reputazione di un’azienda. La ricerca è stata presentata ieri alla stampa e, in anteprima, a un ristretto gruppo di clienti dell’agenzia del gruppo Interpublic guidata da Furio Garbagnati e Linda Bulgheroni. Ascoltando, naturalmente online, le preoccupazioni di 703 senior manager in 62 paesi, Weber Shandwick ha stilato un elenco di 15 evidenze che i leader dovrebbero conoscere e altrettante regole per gestire, monitorare e salvaguardare la reputazione dell’azienda. Tra i rischi più percepiti, al primo posto figurano la fuga di informazioni confidenziali e le critiche dei dipendenti, ma poca importanza viene ancora data a blogosfera e social network. “Oggi ci sono rischi che dieci anni fa neppure si immaginavano”, commenta Gaines-Ross: e-mail che si perdono per strada, campagne di protesta animate da clienti insoddisfatti, commenti al vetriolo di dipendenti, post di blogger, social network, si aggiungono a rumors, gossip e fattoidi disseminati in rete, anche se i manager di tutto il mondo continuano ad affermare che i media tradizionali giocano un ruolo di primo piano nel costruire, o demolire, la reputazione di un’azienda. “Invece, una reputazione è tanto più solida quanti più canali si usano - suggerisce Gaines-Ross - bisogna essere ‘inline’, cioè combinare con successo quanti più media rilevanti on e off line”. Un esempio? Fare come Coca-Cola che sul sito corporate ha una sezione apposita in cui smentisce tutti i rumors che circolano sul brand. E in Italia? “Il mercato è ancora poco propenso a occuparsi della rete, ha poca dimestichezza con lo strumento, eppure dovrebbe imparare ad ascoltare ciò che circola sul web, investire sulle comunità online, fare dei propri dipendenti i primi brand advocate, suggerisce Giulia Mentore, responsabile Practice Digital Lifestyle di Weber Shandwick. (A. Cu.)