L’impero del digital tra Utopia e Distopia

20 giugno 2018

Thomas Müller

di Giovanni Lunghi


Gli scenari che si delineano seguendo i seminari di Cannes Lions sembrano polarizzati. Quello del digital può essere l’impero del bene o quello del male, a seconda di chi ce lo racconta.

A sentire Scott Hagedorn e Tristan Harris (rispettivamente, CEO di Heart&Science e co-fondatore del Center for Humane Technology) il digital sarebbe la causa di una crisi sociale, che coinvolgerebbe la nostra stabilità mentale, le nostre relazioni sociali, la democrazia e il futuro dei nostri figli.

Alla base di questa ri-nvoluzione ci sarebbe la corsa dei Tech Giants come Google e Facebook nel monetizzare la nostra attenzione. Snapchat, Instagram, YouTube, Twitter e il social network ‘per eccellenza’ sarebbero progettati per generare una vera e propria dipendenza tra gli utenti, minando alle fondamenta la coesione sociale e proiettando in una condizione di solitudine quasi patologica miliardi utenti.

La chiamata alla responsabilità per un cambiamento è rivolta ai player dell’advertising industry, sia clienti che agenzie. La proposta è quella di un boicottaggio: il ritiro degli investimenti in particolari momenti, come durante le elezioni o in orari “critici” come nei periodi serali o notturni per allentare la pressione sugli utenti.

Anche Thomas Müller (general manager di Fjord, l’agenzia interactive design di Accenture) inizia il proprio intervento citando un dato negativo: il crollo di fiducia generalizzato che attraversa soprattutto molti Paesi europei.

Ma uno spiraglio si offrirebbe con la diffusione delle piattaforme blockchain, che potrebbero contribuire a ristabilire gli equilibri in una sorta di ambiente collaborativo in cui la condivisione di dati e informazioni verificate potrebbe riaprire gli spazi di una vera democrazia digitale.

Müller sostiene la visione del “digital for good” condividendo col pubblico del Palais II una serie di best practice come E-stonia, il progetto dello stato baltico che assicura i benefici di una cittadinanza virtuale, o come ID2020 che mira a fornire un’identità digitale certificata (e quindi il riconoscimento dei diritti) a oltre un miliardo di “sans papiers” profughi o rifugiati.

 

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