L’A-Day di 4w MarketPlace svela gli universi paralleli tra digitale e reale

24 novembre 2017

Presentati i risultati della ricerca condotta da 2B research sul rapporto tra consumatori e comunicazione pubblicitaria online: il 48% degli intervistati ritiene fastidioso il formato video pre-roll, ma il 72% non è disposto a pagare per i contenuti. L’adv digital utile strumento per la call to action

di Claudia Cassino


Qual è l’atteggiamento dei consumatori nei confronti della comunicazione digitale? Quali formati adv funzionano di più online? Quali, invece, provocano fastidio? Sono alcuni degli interrogativi al centro della sesta edizione di A-Day, l’evento annuale organizzato da 4w MarketPlace dedicato al mondo del digital advertising e dell’innovazione che si è svolto ieri a Milano presso la Casa dell’Energia di Piazza Po.

Nel corso dell’appuntamento, dal titolo ‘Universi paralleli. Digitale è reale?’, sono stati presentati i risultati della ricerca quali-quantitativa realizzata da 2B research (800 interviste, metodo CAWI) che ha sondato la percezione e il gradimento degli utenti nei confronti della pubblicità digitale.

I dati sono stati poi commentati in una tavola rotonda, moderata dal direttore marketing di 4w MarketPlace Massimo Pattano, a cui hanno partecipato Debora Peroni, direttore marketing di Monrif.net e Poligrafici Editoriale, Barbara Del Pio, responsabile Vertical Contents di Italia On Line, Elisabetta Biganzoli, Director Publishing & Soundtracks di Sugar Music, e Sebastiano Pisciottu, fratello del rapper Salmo e fondatore della società di management Lebonski Agency.

Su quali canali gli utenti sono maggiormente esposti alla pubblicità? La ricerca commissionata da 4w MarketPlace, come hanno sottolineato Guido Argieri e Maria Luisa Bionda di 2B research, vede ancora la televisione come mezzo dominante (84%), anche se pc, smartphone e tablet insieme rappresentano il 33% delle risposte alla domanda sulle comunicazioni più viste nell’ultima settimana.

Da segnalare come la comunicazione via app generi ‘trasparenza’ nei confronti della marca: gli utenti, infatti, soprattutto in ambito social, si soffermano solo sui contenuti che già conoscono e ritengono interessanti non prestando attenzione ai messaggi pubblicitari.

Migliora, invece, la percezione quando si naviga via browser su mobile o su pc. Maggiori criticità emergono dall’analisi dei formati adv online: il 48% degli utenti è infastidito dai video pre-roll e il 45% dai banner in sovraimpressione sullo schermo. Se si osserva il dato generazionale, inoltre, i millennial sono più favorevoli dei baby boomer all’invio di messaggi personalizzati.

Quanto al tasso di conversione, l’online advertising genera nel 26% dei casi un’azione (come il click sul sito dell’azienda) ed è quindi un valido alleato dei brand come strumento di call to action.

Ma di fronte al fastidio causato da alcuni annunci online, gli utenti sarebbero disposti a pagare? La risposta è ‘probabilmente no’ nel 37% dei casi e ‘certamente no’ nel 35%, per un totale schiacciante del 72%. Più apertura nei confronti della cessione dei propri dati alle aziende: in particolare i millennial sono disposti a farlo in cambio di un vantaggio (38%), mentre i baby boomer cedono con più favore i propri dati personali a brand di fiducia (40%).

“I consumatori sono sempre più consapevoli del loro valore per le aziende”, ha commentato Maria Luisa Bionda.

Nell’epoca dei big data, infatti, l’oggetto di valore non è più il messaggio pubblicitario, ma chi lo ascolta. Tanto che a Londra, lo scorso settembre, la società di cybersecurity Kasperski Lab ha aperto provocatoriamente un negozio (‘The Data Dollar Store’) dove, per comprare una t-shirt o una tazza, basta cedere gli ultimi tre messaggi WhatsApp o le ultime foto scattate tramite smartphone.