‘Think Digital’ per competere: la nuova cultura delle imprese parte dai ceo

14 luglio 2017

di Valeria Zonca


‘O sei rapido o sei morto’, in altre parole ‘non c’è più tempo da perdere’ nel nuovo scenario che la rivoluzione tecnologica e digitale ha disegnato: è questo il messaggio circolato ieri all’interno di ‘Think Digital’, il primo forum tecnico organizzato a Milano da GroupM con la collaborazione di The European House Ambrosetti e dedicato al nuovo ruolo che i ceo devono ricoprire nelle loro aziende.

Realtà aumentata, intelligenza artificiale, robotica, Internet of things, mobile, e-commerce sono le parole più in voga del momento.

“Sono le società digitali come Google, Facebook, Amazon, Airbnb che hanno cambiato la nostra realtà: bisogna considerare la rivoluzione digitale come strategica. Perché ciò accada, deve innescarsi un processo collettivo consapevole perché ne sono coinvolti l’intera società e la cultura dell’epoca”, ha introdotto il chairman e ceo di GroupM e coo e board member Massimo Beduschi.

L’Italia deve affrontare e colmare un ampio gap digitale rispetto ai principali competitor europei ed è sotto la media UE anche negli investimenti pubblici in Ricerca e Sviluppo: non si farà molta strada se il digitale continuerà a essere vissuto come ‘un vestito nuovo da mettere su un corpo vecchio’. Le variabili critiche sono oltre alla velocità, il coraggio e la collaborazione per affrontare la digital disruption, come hanno raccontato nei loro interventi i relatori italiani e internazionali del mondo della consulenza e della comunicazione e di quello scientifico e accademico.

Valerio De Molli

“Siamo agli ultimi posti del Digital Economy and Society Index europeo: in testa alla classifica Danimarca, Finlandia e Svezia, con il nostro Paese che fa meglio solo di Grecia, Bulgaria e Romania”, ha spiegato Valerio De Molli, managing partner di T.E.H. Ambrosetti. Certo, negli anni il miglioramento c’è stato, ma bisognerà attendere il 2027 per una scalata ‘significativa’ della classifica.

Di scuse non ce ne sono più perché “l’innovazione tecnologica è disponibile a tutti, eppure in Europa solo il 12% delle aziende è attivo con strumenti digitali per essere più internazionale: questo penalizza le nostre imprese che hanno da sempre la vocazione all’export. Ogni business sarà sempre più digitale e internazionale, quindi la grande sfida è la riconversione culturale del nostro capitale umano della nostra classe dirigente”, ha detto Fabio Vaccarono, managing director di Google.

Per rimanere competitive, le aziende devono agire come delle media company e di conseguenza strutturarsi: innovazione significa cambiare il modo di pensare.

Lo devono fare, in primis, i ceo delle imprese che “sono obbligati a fare un salto di qualità nell’interpretazione del loro ruolo. Non hanno più senso gestioni conservatrici: è necessario un cambio di paradigma e oggi i ceo devono diventare i registi della comunicazione della propria azienda. Se riusciranno a gestire gli strumenti digitali, la loro pubblicità smetterà di essere invasiva ma sarà sempre più pertinente e sarà il consumatore stesso che la cercherà”, ha concluso Beduschi soffermandosi anche sulla nuova mission dei centri media che “nell’era dell’interazione, del dialogo orizzontale tra azienda e consumatore, della co-creazione dei contenuti e dell’analisi dei big data diventano elemento centrale nella conoscenza del consumatore e parte integrante della strategia complessiva”.