Come la Chiesa di Papa Francesco ha ridefinito i suoi codici di comunicazione

6 luglio 2017

di Andrea Crocioni


Dopo la relazione del Presidente Sassoli è intervenuto Mons. Dario Edoardo Viganò, Prefetto per la Segreteria della Comunicazione della Santa Sede, che dal palco dell’Assemblea Upa ha avviato una riflessione sul tema dello storytelling, invitando a ripartire dal significato letterare del termine.

“L’elemento costitutivo – ha spiegato – è l’atto del narrare alla cui base c’è un costrutto culturale. Prima ancora della tecnologia c’è qualcosa di molto antico, ci sono storie in grado di veicolare significati e di interessare il destinatario. L’aspetto centrale non è il mezzo, ma la capacità di articolare un contenuto, di creare e rinegoziare l’attenzione dell’interlocutore”. E ha precisato: “Oggi ci muoviamo in un contesto digitale saturo di comunicazione, tanto che ormai sono le informazioni a cercare le audience, piuttosto che il contrario”.

La sfida, secondo il Prefetto per la Segreteria della Comunicazione della Santa Sede, si gioca sui contenuti, su una buona storia da raccontare e sulla coerenza della narrazione con i valori di un’impresa.

“Buona comunicazione – ha continuato – è anche affrontare il tema dell’efficacia che passa anche da una comunicazione non convenzionale. Questo significa cercare un effetto sorpresa che però non sia fine a se stesso, ma è un mezzo di coinvolgimento attivo del proprio interlocutore”.

Una strategia che comporta una ridefinizione dei codici della comunicazione adottata da Papa Francesco, legata a una Chiesa che cerca di uscire dal suo centro per andare nelle periferie.

“In Papa Francesco – ha aggiunto Mons. Viganò – l’uso della narratività ha sempre l’obiettivo di produrre effetti sul piano concreto. Non è mai provocazione in sé, ma soprattutto punta a ridurre le distanze con l’interlocutore, mirando a includerlo nel racconto e questo implica una grande capacità di ascolto”.