PMI: Comunicare per crescere

20 ottobre 2016

Lo spiega una recente ricerca Coleman Parkes Research / Ricoh

 

Nel 2015 hanno registrato un tasso di crescita pari al 16,5%, contro una media dell’1,8%. Pur rappresentando soltanto il 2% del totale, generano oltre il 30% del fatturato complessivo. Eppure le 75 mila medie e mediopiccole imprese europee (Pmi), quelle con un fatturato da 3 a 130 milioni di euro e con un numero di dipendenti che va da 50 a 500, potrebbero fare molto di più.

Lo conferma una recente ricerca Coleman Parkes Research / Ricoh, da cui emerge che, rispetto alla potenzialità, questa classe di aziende potrebbe fatturare complessivamente altri 430 miliardi.

Quali sono le cause di questi mancati ricavi che mediamente sono pari a 5,7 milioni per ogni Pmi? Lo studio Coleman Parkes Research / Ricoh ne ha individuate due, cui se ne aggiunge una terza emersa da un’inchiesta sviluppata da Meg Portrait su un campione di aziende italiane e francesi.

Partiamo da quest’ultima. Le medie imprese sono carenti in termini di comunicazione. Secondo il campione, questo vale di più per le b2c (business to consumer), che per le b2b (business to business). In entrambi i casi, la leva della comunicazione peggio gestita  è l’advertising (75% del campione), mentre pubbliche relazioni, direct marketing e promozioni sembrano utilizzate in modo sufficientemente soddisfacente. Le Pmi che si rivolgono direttamente al mercato, hanno, secondo l’81% degli intervistati, un approccio troppo “fai da te” alla pubblicità, che ne condiziona negativamente le vendite potenziali. Questa percentuale scende al 32% del campione per le b2b. Comunicare con altre aziende richiede infatti essenzialmente una preparazione tecnica che queste imprese hanno.

Restando alle b2c, gli errori principali riguardano l’area della creatività (secondo il 78%) e della scelta e pianificazione dei mezzi (65%, erano ammesse risposte multiple).

Passando alla ricerca Coleman Parkes / Ricoh, la maggiore difficoltà per raggiungere la crescita potenziale sta nel reperire i finanziamenti necessari per sviluppare il business. Una causa indicata dal 31% degli intervistati, percentuale che sale al 38% secondo le Pmi italiane. Se da un lato le mega imprese hanno una sufficiente  capacità finanziaria, dall’altro le normative europee tendono a favorire le start up, soprattutto se create da giovani. Per le piccole medie imprese europee si verifica la cosiddetta “sindrome del figlio di mezzo”, che non ha la posizione dominante del primogenito e non viene viziato come il fratellino piccolo. Per porre rimedio a questa situazione, le piccole/medie imprese europee cercano di accrescere la loro massa critica: nel 38% dei casi stanno valutando l’ingesso in in Borsa, mentre nel 21% puntano sul merger&acquisition.

L’altro grande ostacolo che impedisce alle Pmi di sfruttare appieno il proprio potenziale è lo scarso appeal nei confronti dei giovani talenti. Per il 27% del campione complessivo e per il 24% di quello relativo all’Italia, le Pmi non sono attrattive per i neolaureati più capaci e ambiziosi, che preferiscono il prestigio e l’affidabilità delle grandi aziende o si fanno tentare dal gusto della sfida tipico delle start up. (Milo Goj)