Justin Trudeau: una vittoria ispirata dal JuJitsu

27 giugno 2016

David Rosenberg

di Andrea Crocioni


Il JuJitsu è un’arte marziale di pura difesa personale. Il suo significato letterario è ‘arte della cedevolezza’ e si basa sul principio della ‘non resistenza’. La base di questa forma di difesa personale è imparare a utilizzare la forza fisica dell’avversario contro di lui. Ed è stata proprio l’applicazione dei principi del JuJitsu alla comunicazione politica l’arma che ha portato Justin Trudeau alla vittoria nelle elezioni canadesi dell’ottobre 2015.

La storia – raccontata da David Rosenberg, Chief Creative Officer di Bensimon Byrne, nel corso della conferenza ‘How risk-taking ads helped Justin Trudeau become Prime Minister’ – è quella di una straordinaria cavalcata che ha condotto per la prima volta quello che all’inizio della corsa era dato  dai sondaggi come il terzo contendente a conquistare la maggioranza assoluta nel parlamento del Canada e a diventare Primo Ministro. L’approccio positivo, la forza delle idee, la freschezza, ma anche il vigore fisico hanno letteralmente trasformato Trudeau in una ‘rockstar’ della politica.

Figlio d’arte – suo padre Pierre Trudeau è stato a sua volta Primo Ministro del Canada fra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’80 – è stato attaccato nel corso della campagna elettorale per la sua supposta inesperienza. ‘Just not ready’: questo il gioco di parole lanciato contro il giovane candidato dagli uomini della comunicazione del Partito Conservatore, guidato da circa un decennio da un politico navigato come Stephen Harper.

“In poche settimane, Trudeau è riuscito a ribaltare i sondaggi rispondendo con messaggi positivi – ha spiegato Rosenberg -. Lo ha fatto evitando di scendere nella mischia. Ha preferito rispondere in modo istantaneo e mirato agli attacchi ricevuti, senza usare toni denigratori. Alla fine questi attacchi si sono ritorti contro i suoi stessi avversari”.

Così il “non è ancora pronto” dei Conservatori è diventato per il leader liberale ‘Ready for change’. E, nelle ultime fasi della campagna, con il crescere inarrestabile dei consensi il motto è diventato ‘Real Change’. Harper ha involontariamente servito un assist perfetto a Trudeu, consentendogli di presentarsi agli elettori come figura di rottura nello scenario politico canadese non più per la giovane età, ma per la forza delle sue idee: un modello di società inclusiva, aperta, pronta a investire sul proprio futuro, contro coloro che propongono un Paese fermo, paralizzato dalle proprie paure.

“Tutto questo per costruire il miglior Canada possibile di sempre”: questo il messaggio, carico di enfasi, rivolto ai propri sostenitori dal politico canadese capace di ‘rassicurare’ con messaggi mirati anche le fasce più anziane della popolazione, quelle potenzialmente più spaventate dal cambiamento. Ed è stato il ‘brutal power of sunny ways’ a condurre Trudeau, un ‘nobile’ outsider, alla vittoria che lo ha trasformato (un po’ come accadde alla prima elezione di Obama negli Usa)  in un’icona mondiale di speranza per il futuro.