I sogni di Dalì e gli agguati (tecnologici) di Samsung

24 giugno 2016

di Giovanni Pagano


Si fa un gran parlare di tecnologia a Cannes, ma se ne può fare anche un discreto sperimentare: è praticamente impossibile evitare gli agguati tecnologici di Samsung dentro e fuori il Palais.

Il grosso passo avanti è la visione a 360°, per cui ammetto che arrivare sulla cima delle montagne russe virtuali, sul carrello dove steward e hostess estremamente professionali ti fanno accomodare assieme ad altri 7 passeggeri, inizia a procurare qualche turbamento in vista dell’ineluttabile precipizio. Non sei più di fronte a uno schermo da cui D’Artagnan arriva a sfiorarti col suo fioretto, rassicurantemente disinnescato dalla cornice nera del cinema: adesso gli occhialoni ti ‘immergono’ totalmente in una realtà confermata senza scampo anche se ti giri all’indietro.

Del resto Kevin Kelly, mitico co-fondatore di Wired, nel seminario ‘Predestination’ aveva messo la virtualità al primo posto delle innovazioni che stanno per rivoluzionarci la vita (il secondo posto essendo attribuito alla ‘cognificazione’, cioè la nuova frontiera delle modalità d’apprendimento delle macchine). Kevin ci ha entusiasticamente avvisato che sta per arrivare “Internet delle esperienze”: non sarai più in prima fila, sarai tu in persona a sperimentare le sensazioni.

Un assaggio ce l’ha dato proprio Samsung, presentando nel corso del seminario ‘A VR Creators Experience’ l’eccezionale filmato Dreams of Dalì (by the way Leone d’oro ‘Interactive video’ nella categoria Cyber), in cui si entra letteralmente nel quadro ‘Reminiscenza archeologica dell’Angelus di Millet’ percorrendolo in lungo e largo.

Non essendo disponibili gli occhialoni per le migliaia di spettatori che riempivano il Lumiere Theatre, l’esperienza è stata bidimensionale, ma sono certo che l’attuale VR l’avrebbe resa davvero indimenticabile. Vedo solo 2 rischi. Se la realtà virtuale ci offrirà realmente esperienze straordinarie, chi vorrà più saperne di quelle ordinarie? Tutto ciò costituirà uno sfogo o una frustrazione in più?

E ancora: perché non la piantano di cercare di convincerci che la VR sia un nuovo mezzo? La VR è una nuova modalità, enormemente più coinvolgente, per presentare contenuti sempre più evoluti. Non è un nuovo mezzo. Ho idea che questa confusione lessicale nasconda in realtà una grande difficoltà nel riconoscere il cambiamento più difficile da affrontare: ci tranquillizza credere d’individuare la nuova comunicazione e i nuovi mezzi, quando il vero rebus da risolvere prima sarebbe il nuovo target che si va profilando. Sono stato abbastanza sibillino? Spero di sì. Mi darebbe fastidio che voi ci capiste più di quello che è possibile a me capire.