Sergio Spaccavento, l’umorismo per costruire una buona comunicazione

22 giugno 2016

Sergio Spaccavento

di Giovanni Pagano

Cosa aspetta questa coda infinita di delegati fuori dalla sala Forum? Pensate: la conferenza di un italiano.

Con ‘The madman who tried to be a clown’, Sergio Spaccavento, direttore creativo di Conversion, è saltato dall’altro lato della barricata ed eccolo sul palco con il naso rosso da clown, ma con argomenti del tutto seri e apprezzati dal pubblico traboccante, a supporto della sua tesi che l’umorismo sia una delle chiavi più efficaci per far piacere una comunicazione alla gente, arrivando a “drogarla” di endorfine (“Ehi ragazzi, stiamo parlando di morfina gratis, vi rendete conto?”).

Potrei sbagliarmi, ma credo si tratti del primo italiano a tenere un seminario individuale qui a Cannes, su un palcoscenico certamente non generoso con i nostri rappresentanti. Una performance che Spaccavento ha replicato ieri davanti ai giovani della Roger Hatchuel Lions Academy, in una versione addirittura implementata (“Bigger, longer & uncut”, si diverte Sergio a citare South Park).

Non hai avuto paura di un pubblico così aggressivo?

Mi ha stimolato. Io sono pigro, però mi faccio dei dispetti. Me le vado a cercare. Più una cosa mi terrorizza, mi obbliga a studiare e fare, più io vado avanti. Poi sull’umorismo mi sento molto tranquillo, lo studio da 20 anni, anche per via del mio altro lavoro: autore per radio, tv e cinema.

Ok. Ma allora quale altro argomento affronteresti l’anno prossimo, se dovesse presentarsi l’occasione?

Un altro che mi interessa da tempo e comunque connesso con la pubblicità, tipo l’instant advertising.

Te la sei cavata molto bene nell’interazione con un pubblico folto e potenzialmente molto pericoloso. Ora di’ la verità: le battute erano spontanee o te le eri preparate come il resto del discorso?

Ad alcune avevo pensato prima: che gli dico se mi fanno delle domande? Così ho subito sdrammatizzato quel momento: ottima domanda, grazie di avermela posta. Passiamo alla prossima.

E quando gli hai svelato che eri italiano nonostante il tuo perfetto accento inglese?

Ah ah, quella l’ho tirata fuori lì. Sentivo di avere stabilito un buon feeling con loro.

Un bell’esempio di come, almeno in alcuni settori dove ci viene riconosciuta credibilità, come l’umorismo, anche l’Italia può dire la sua. Ed essere ascoltata.