Camila Coehlo? No grazie, preferisco il garage di One Twenty Three West

19 giugno 2014

Ok, probabilmente sarebbe davvero inutile scaraventarsi a giugno dal Brasile o dal Giappone fino a Cannes semplicemente per vedere lavori che ormai è agilmente possibile trovare online tutto l’anno. Però vi confesso che non è impresa facile scovare elementi di novità nemmeno nello tsunami di conferenze e seminari che quei lavori hanno sostituito nell’interesse del pubblico. Dunque stiamo assistendo a 67 seminari, 16 workshop, 94 forum e 28 ‘techtalk’ (stiamo parlando di 205 iniziative in 7 giorni), in cui personaggi di livello indiscutibilmente alto hanno a disposizione nella migliore delle ipotesi una mezz’oretta per rivelarci il loro punto di vista e i loro segreti. Con che risultato? Perlopiù capita di riascoltare concetti simili, per giunta simili a quanto già detto e scritto in patria. Non l’abbiamo già sentito perfino in Italia che oggi la comunicazione è fatta di connessione e integrazione, che il coinvolgimento del pubblico impone l’interattività, che non si può più fare a meno del social e dunque dei content, dei content e dei content? E che questi content devono essere unexpected, meglio se basati sullo storytelling, storytelling e storytelling? E naturalmente che tutti noi siamo creatori di content e contemporaneamente media, e se riesci a guadagnarti l’attenzione di tanti follower diventi una celebrity come Camila Coelho, ex-commessa brasiliana proiettata sul palco della sala Debussy a insegnarci il futuro? Peraltro qui a Cannes hai l’opportunità di ascoltarla dal vivo, Camila. E soprattutto KassemG (una vera webstar con più di tre milioni di followers, un’irriverente via di mezzo fra Borat e Willwoosh, un simpatico bastardo che non trascura di prendersela al Palais anche con gli stessi pubblicitari, di cui ritrae spietato la comunità e le feste) in ‘How Youtube stars are transforming entertainment and brand marketing’. Ecco, dico la mia: alle succinte conversazioni fra mostri sacri, che fatalmente portano spesso a succinta utilità, preferisco le sane case history che raccontano e documentano gli sforzi di chi ha fatto qualcosa di notevole l’anno passato. Come l’entusiasmante conferenza dei fondatori di One Twenty Three West, un’agenzia canadese che in un anno è passata dal garage dove aveva aperto a un team di 50 persone e clienti come 7eleven, Mercedes e Smart. Queste cose fanno sognare, anche se lì è Ammerica, e qui è Italia. Da quei garage continuano ad uscire Steve Jobs e One Twenty Three West. Dai nostri, al massimo Michele Misseri.

di Giovanni Pagano