Cba, in vista nuove aperture in America Latina

21 febbraio 2014

Louis Collinet e le sfide del brand design, tra abuso della parola innovazione e ritorno al “made in” contro la globalizzazione

 

Con 11 sedi al mondo, tra cui una anche in Italia guidata da Gianfranco Siano, e una storia iniziata nel 1982, Cba è un riferimento internazionale del brand design. L’agenzia parte del network Wpp ha chiuso il 2013 con “un buon margine commerciale grazie a collaborazioni con Gruppi quali Nestlé, Unilever o Pernod”, racconta a Today Pubblicità Italia il fondatore e presidente Louis Collinet (nella foto). Ma il conseguimento dell’obiettivo finanziario non è stato tutto: “Abbiamo lavorato con nuovi importanti clienti internazionali nello sviluppo di marche iconiche. Alcune delle attività nelle nostre sedi hanno preso il volo nonostante la difficile situazione di crisi economica. Abbiamo assunto nuovi grandi talenti, riaperto gli uffici di Londra e dato un’accelerata alla crescita dei nostri team di retail e digital per supportare nuove aspettative di business”.

Che intenzioni avete per il 2014?
Cercheremo di mantenere l’energia positiva e la spinta continua per dare impulso a nuovi progetti. Stiamo prendendo in considerazione l’apertura di nuove sedi in aree strategiche, dando priorità all’America Latina. Questo fa parte del nostro progetto globale per rafforzare il network di agenzie, per incoraggiare sinergie e accompagnare al meglio i nostri clienti globali.

Quali sono i mercati emergenti?
Quelli del Brics. Non è qualcosa di nuovo per il nostro settore, ma negli ultimi anni questi Paesi hanno dimostrato una creatività viva e vegeta ed è emozionante per aziende come la nostra perché siamo in grado di articolare un storico know-how nel branding e nel design con input e idee locali fresche. Nel 2014 potremmo aprire nuove sedi in queste regioni. Se decideremo di farlo ci assicureremo di trovare i partner giusti, persone che conoscono dall’interno la cultura e le specificità dei Paesi nei quali ci stabiliremo.

Nella globalizzazione dei consumi e quindi delle forme creative c’è un ritorno alla territorialità?
Negli ultimi anni abbiamo assistito a un incremento delle etichette ‘Made in’, una rassicurazione che risponde alle aspettative di trasparenza e garanzia di qualità dei consumatori. Inoltre, c’è la necessità globale di mettersi in relazione con uno status locale e di rivendicare un’appartenenza, cosa che porta le aziende a comunicare la loro origine in modo nuovo. Questo vale sia per brand locali prestigiosi che per start-up posizionate a livello locale con una narrazione forte.

Il “Made in Italy” fa ancora scuola?
È decisamente un’argomentazione emotiva poiché evoca i tratti caratteristici del vivere all’italiana, che sono ancora molto presenti nella mente dei consumatori di tutto il mondo: il gusto naturale per le cose belle, l’abilità nel selezionare le risorse, i materiali o gli ingredienti migliori, il tutto miscelato a una forte creatività in una vasta gamma di settori, come arte, moda, design, motori e architettura.

Cosa significa per lei la parola innovazione?
È un concetto complicato, può voler dire tutto e niente, specialmente da quando viene utilizzata nei media e nelle conversazioni di tutti i giorni. Esiste una linea sottile, che può confondere i consumatori, tra innovazione, cioè ciò che fornisce nuove esperienze o usi attraverso una nuova offerta, un prodotto o un servizio, cambiando completamente la conversazione di una determinata categoria, e l’evoluzione che, invece, migliora un’offerta, un prodotto o un servizio già esistente. In una prospettiva cliente/marca l’innovazione non dovrebbe essere ridotta al lancio di un nuovo prodotto all’interno di un portfolio, ma va immaginata come l’approccio integrato di un’azienda per aggiungere valore sia alla marca stessa sia ai consumatori.

Paola Maruzzi