Cannes Lions, il Grand Prix ‘raddoppia’: Dumb ways to die vince nei Film, The Beauty Inside nei Film Campaign

21 giugno 2013

All’Italia due bronzi con The Candidate di Publicis per Heineken e The Profiteers di McCann WorldGroup per Fiorucci Food

E’ la freschezza della narrazione, la colonna sonora originale e orecchiabile, la semplicità nel trattare un argomento di carattere sociale ad aver fatto conquistare a Dumb ways to die il Grand Prix nei Film. Dopo avere fatto incetta di Leoni, la campagna di sensibilizzazione sulla sicurezza nelle metropolitane realizzata da McCann Melbourne (Australia) per Metro Trains ha vinto il riconoscimento piu’ alto della categoria. “Dumb ways to die ha una musica e un editing stupefacenti – ha dichiarato il presidente di giuria John Hegarty – . E’una creatività che fa credere ancora nella forza dell’advertising”. Novità di quest’anno l’introduzione di un altro Grand Prix ‘Campaign’  per i film più interattivi e digitali ideati per il multiscreen, che ha fatto guadagnare a The Beauty Inside, progetto curato da Pereira & O’Dell San Francisco (Usa) per Intel Toshiba il Grand Prix Film Campaign. “Quest’anno la giuria ha avuto la possibilità di assegnare un Grand Prix alla forma lunga del film, distinguendo quelli ideati per le campagne in rete. Sono lavori che richiedono skills differenti. Con Beauty Inside le persone diventano parte del media, c’è un uso creativo della tecnologia e il brand diventa il centro della comunicazione”.

Sulla scelta dei vincitori Vicky Gitto, executive vice president e executive creative director di Young e Rubicam Group e giurato italiano nella categoria ha dichiarato: “Dumb ways to die ha una grande forza. E’uscito una volta in Tv su Mtv e poi e’esploso su tutti i media. Molti lavori si alimentano da soli e quando ci si trova di fronte a questa magia si deve riconoscere l’enorme potere della comunicazione. Era impossibile non riconoscergli la forza della musica, che è uno dei driver principali del nostro lavoro. Beauty Inside è un lavoro bellissimo. I due Grand Prix sono molto equilibrati, in particolare hanno vinto messaggi dai toni morbidi e coinvolgenti”.

Non sono mancati i riconoscimenti per il nostro Paese. L’Italia, presente in shortlist con 5 lavori (il progetto per il centenario di BNL era un probabile sesto) ha guadagnato due bronzi con lo spot The Profiteer di McCann WorldGroup Milano per Fiorucci Food e la campagna The Candidate di Publicis Italia per Heineken. “The Profiteer nei film ha avuto un ranking molto alto – ha continuato Gitto –,  per soli due voti non ha catturato un argento. Gli è stata riconosciuta la capacità di raccontare il contesto sociale. The Candidate era un grandissimo progetto e lo dimostra il numero delle shortlist in cui è entrato – e ha poi aggiunto – bisogna conoscere bene ogni singola shortlist per tagliare e modulare il proprio film a seconda della categoria cui si iscrive”. Soddisfazione del giurato quindi per il numero dei metalli che il nostro Paese ha conquistato: “Anche se speravo in qualcosina di più, sono contento. Nella shortlist dei film sono entrate 4 agenzie, in generale gli italiani hanno figurato in 60 categorie, vincendo 19 leoni. Avevamo un obiettivo con l’Art Directors Club e l’abbiamo superato.  Occorre fare un grande lavoro all’interno delle giurie, perché bisogna recuperare un vuoto che si è venuto a creare negli anni precedenti. C’è un grande lavoro di relazione da fare per far sentire la propria voce”.  Tra i film con ranking più alto per la conquista del Grand Prix  anche Whatever’scomfortable beach di Wieden + Kennedy di New York per Southern Comfort, Playin’with my friend di Mother London per Ikea, Meet The Superhumans di 4creative London per Channe4 e Real Beauty Skethches di Ogilvy Brasil per Dove di Unilever: “Il film per Dove era il mio Grand Prix – ha ammesso Gitto -,  ha un’architettura che ridisegna il modo di fare comunicazione e un insight fortissimo. La forza dello script è importantissima. Ci sono film che hanno dialoghi meravigliosi. L’Italia dovrebbe recuperare il modo di raccontare i messaggi”.

Serena Poerio