Saatchi & Saatchi New Directors’ Showcase 2013, le mutazioni nella mente

21 giugno 2013

Il professor Richard Dawkins è uno dei più noti evoluzionisti al mondo, uno che ogni anno si sente in dovere di scrivere un libro per ribadire che Dio non esiste e non è necessario per spiegare il perché di tutto quello che ci circonda. Cosa ci fa uno così in cima a quest’articolo? Il fatto è che giovedì 20 giugno alle ore 10,00 in punto il professore è apparso sull’ambito palco del Grand Auditorium e ha intrattenuto su ‘gene and meme’ i 1.300 delegati accorsi a frotte al Saatchi & Saatchi New Directors’ Showcase 2013. Ci ha parlato di ‘mutation in the mind’ e infine anche deliziato eseguendo una sua composizione su uno strumento elettronico a fiato, con ciò precedendo l’ormai consuetamente fantasmagorica sigla d’apertura di quello che anno dopo anno va sempre più confermandosi il più atteso appuntamento del Festival.

Okay, l’hanno messa giù un po’ dura, però davvero l’impressione è che sia proprio questo seminario a tirare su l’asticella della sperimentazione qui a Cannes, più della superfetazione di categorie e premi e più dei lavori stessi da essi espressi. E davvero duro è affrontare quest’ora di proiezione, in cui il prezzo che si paga alla ricerca dell’inesplorato è a volte l’astrusità grafica ed espressiva al limite del comprensibile, a volte la forza ripugnante delle immagini appena mitigata da attimi di poesia lancinante. Nabil ha girato crudamente il momento in cui una donna sgozza il suo uomo annientato dalla malattia, ma proprio mentre l’inquadratura indugia cinicamente sullo squarcio nella gola ecco il particolare indimenticabile: la lacrima di lei che finisce nell’occhio ormai spento di lui.

Ryan Hope descrive in modo caotico il corto circuito di un soldato in zona di guerra e l’emergere dell’intenzione suicida dagli anfratti delle sue memorie, ma moltiplica l’enormità del gesto con la contemporanea struggente consapevolezza della sua ragazza lontana da questa fine disperata.

Solo spettacolare ultraviolenza nel film di Ilya Naishuller che riproduce dal vero con sbalorditiva perfezione tecnica l’interminabile soggettiva di un efferato videogame oltre lo splatter. Ma non c’è solo violenza nella collezione di quest’anno: c’è anche il virtuosismo di Joe Pease nelle sue immagini che narrano le ombre con la stessa significatività delle persone che le producono fuori campo. E anche sesso e feticismo nello spot di Justin Anderson per Agent Provocateur, dove una donna molto ammodo viene dapprima spaventata e scandalizzata, ma infine convertita alla lussuria dalle pratiche estreme cui viene sottoposta.

Giovanni Pagano