C’erano una volta ‘solo’ gli spot…

19 giugno 2013

Probabilmente molti di voi non lo ricordano, ma fino al 1991 si veniva a Cannes per guardare spot. Solo nel 1992 vennero introdotti i Press Lions, peraltro con conseguenze lusinghiere per l’Italia che si aggiudicò il primo Grand Prix (e ahimè l’ultimo in assoluto) con la splendida campagna Levi’s di Alessandro Canale e Stefano Colombo di McCann Erickson Milano (quella del cavallo nero con i jeans per redini). Da allora l’ipertrofizzazione della manifestazione è stata tumultuosa: siamo passati dalla singola categoria iniziale a 16, e da un centinaio di leoni a oltre mille assegnati annualmente.

Certamente il mondo si divide fra conservatori e progressisti (e tendenzialmente io prima di accettare un cambiamento tendo ad accertarne l’utilità), però ci sarà una via di mezzo tra esaltare gli spot come unica forma di pubblicità degna di essere considerata e trascurarli manifestamente mortificandoli come accade adesso? Ieri pomeriggio in tutto il Palais agli spot erano dedicate solo due trascurabili salette per un totale di neanche 200 spettatori, peraltro sfiancati dalle continue interruzioni e dalla latitanza di assistenza tecnica. Brutta fine per la categoria regina del Festival, ma evidentemente in Francia alle regine gira male. Forse invece di lambiccarsi il cervello a trovare nuovi premi e seminari, varrebbe la pena di fermarsi un attimo per garantire almeno la corretta visione del materiale iscritto.

Che poi ammettiamolo, gli spot ci mettono del loro per scoraggiare le attenzioni. Prendiamo Clothing, footwear & accessories, categoria in passato generosa di trovate indimenticabili: quest’anno capita spesso di rimanere catturati da immagini affascinanti come nel caso di ‘Back to water’ (splendide scene subacquee della Fred & Farid di Parigi per i costumi Tribord), o dei big spender Adidas e Nike, ma della famosa Big Idea non c’è traccia. Forse la trovata più significativa resta la provocazione della Kepel & Mata di Buenos Aires per l’abbigliamento sportivo Alpargatas: travestire da vecchia un’atleta professionista e mandarla a seminare il panico con le sue performance tra i tranquilli jogger.

E non va meglio nei Non-alcoholic drinks, dove Coca-Cola e Schweppes si limitano alla calligrafia, mentre lo spunto più divertente è della DDB di Melbourne per la Murray Goulburn Co-operative: le facce disgustate (‘aftersoy face’) degli sventurati che assaggiano latte di soia invece di quello naturale procurano grandi litigi e crisi familiari. E comunque mi sembra una bigger idea fare affogare nella camomilla Herbaria uno dopo l’altro It, Jason e Freddy Kruger, trascinati a fondo dalla bustina d’infuso (‘Drawn your fears’ della Tempomedia di Francoforte).

 

Giovanni Pagano